Like yourself

Ci sono due categorie di persone: quelle che non hanno il coraggio di dire quello che vorrebbero dire, e quelle che vorrebbero sentirsi dire quello che gli altri non hanno il coraggio di dire.

26 gennaio, 2007

Stop alle telefonate

Ho deciso di non usare più msn per un periodo spero abbastanza lungo e di scrivere solo sul blog. Il botta e risposta mi ha stancato.

Oggi ho fatto una cosa che non facevo da tempo o forse non ho neanche mai fatto in questo modo. Insomma mi son tolto un peso dallo stomaco e ho dichiarato i miei sentimenti ad una ragazza. Penso di aver sudato freddo come ad un esame orale. Insomma niente amico alcol, pochi giri di parole.

Risultato: ...

Ok. Ritenta sarai più fortunato. Almeno ora dormirò sonni più tranquilli. Forse.

Me ne vado a sciare qualche giorno, cambio aria. E al ritorno penserò solo a me stesso come ero arrivato a fare qualche tempo fa. Devo tornare nuovamente a star bene con me stesso visto che sembra che nessuno voglia regalarmi un briciolo di felicità.

La vita sarebbe, se non vi fossero un tempo e uno spazio infiniti che allontanano l'essere, sempre al prossimo istante.

13 gennaio, 2007

Duke Rightious



Questo compositore mi fa commuovere. Veramente emozionante.

29 ottobre, 2006

Happy Birthday to a very special girl!


kiss kiss kiss kiss kiss kiss
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kiss

26 ottobre, 2006

La vendetta dei dannati


Nel dormitorio dei falliti il russare era fortissimo, come al solito. Tom non riusciva a dormire. Dovevano esserci sessanta cuccette, ed erano tutte occupate. Gli ubriachi russavano più forte, e la maggior parte di quelli che stavano lì erano ubriachi. Tom si alzò a sedere e guardò il chiaro di luna entrare dalle finestre e cadere sugli uomini addormentati. Si preparò una sigaretta, e l'accese. Tornò a guardare gli altri uomini. Che branco di brutti coglioni inutili e cazzoni. Anzi, altro che cazzoni. Le donne non li vogliono. Non li vuole nessuno. Non valgono un cazzo, ah, ah, ah, e lui era uno di loro. Tirò fuori la bottiglia da sotto il cuscino e si fece l'ultimo. L'ultimo goccio era sempre il più triste. Infilò il vuoto sotto la cuccetta e guardò di nuovo gli uomini che russavano. Manco a tirargli la bomba atomica, non ne valeva la pena.
Tom si voltò verso il suo amico, Max, sulla cuccetta accanto. Max se ne stava disteso con gli occhi aperti. Era morto?
«Ehi, Max!»
«Uh?»
«Non dormi?»
«Non riesco. Hai notato? Molti di loro russano a tempo. Come mai?»
«Non lo so, Max. C'è un sacco di cose che non so.»
«Anch'io, Tom. Mi sa che sono scemo.»
«Ti sa soltanto? Se sapessi con certezza di essere scemo, allora saresti furbo."Max si mise a sedere sull'orlo del lettino."Tom, pensi che ce ne andremo mai via di qui?»
«C'è un modo solo...»
«Sì?»
«Sì... da morti.»
Max si arrotolò una sigaretta e l'accese.
Max stava male, stava sempre male quando si metteva a pensare alle cose. La cosa da fare era smettere di pensare, chiudere tutte le porte.
«Ehi, Max» sentì la voce di Tom.
«Sì?»
«Ho pensato...»
«Pensare è una stronzata...»
«Ma io sto sempre a pensare a questa cosa.»
«Ti è rimasto un goccetto?»
«No, scusa. Ma senti...»
«Merda secca, non voglio sentire!»
Max si stese di nuovo sul lettino. Chiacchierare non serviva a nulla. Era uno spreco.
«Guarda che te lo dico lo stesso, Max.»
«OK, cazzo, dài...»
«Tu li vedi, tutti questi tizi? Ce n'è un sacco, no? Barboni da tutte le parti.»
«Certo, e quanto sono brutti...»
«Insomma, Max, io sto tutto il tempo a pensare a come si potrebbe utilizzare tutto questo materiale umano. Così è semplicemente sprecato!»
«Ma questi barboni non li vuole nessuno. Che cosa ci puoi fare, con loro?
Tom si sentì vagamente eccitato.
«Il fatto che questi non li vuole nessuno, è tutto a nostro vantaggio.»
«Ma sei proprio sicuro?»
«Certo. Vedi, in prigione non ce li vogliono perché poi gli tocca dargli da mangiare e da dormire. E tutti questi barboni non hanno nessun posto dove andare e niente da perdere.»
«E allora?»
«Ho pensato un sacco, la notte. Tipo: se potessimo metterli tutti insieme, come una mandria, li potremmo lanciare alla carica da qualche parte. E prendere noi il controllo, per un po', di certe situazioni...»
«Tu sei pazzo!» disse Max.
Però si alzò a sedere sul lettino.
«Dimmi qualcosa di più...»
Tom rise. «Beh, magari sono matto, ma continuo a pensare a questo spreco di materiale umano. Sono rimasto qui sveglio la notte a sognare le cose che ci si potrebbe fare...»
Ora fu Max a ridere. «Ma tipo cosa, per amor di Dio?» La loro conversazione non disturbava nessuno. Intorno, tutti continuavano a russare.
«Beh, è una specie di cosa che continua a girarmi in testa da un pezzo. Sì, può darsi benissimo che sia pazzo. Comunque...»
«Sì?» chiese Max.
«Non ridere. Magari il vino mi ha mangiato il cervello.»
«Cercherò di non ridere.»
Tom tirò una boccata dalla sigaretta, poi espirò. «Beh, vedi, mi viene in testa questa visione di tutti i barboni che riusciamo a trovare che scendono giù per Broadway, proprio qui a Los Angeles, tutti quanti, in mucchio, che vengono avanti...»
«Beh, e allora?»
«Beh, è un casino di gente. Tipo, la vendetta dei dannati. Un corteo di scarti umani. Sembra quasi una specie di film. È come se vedessi le macchine da presa, le luci, il regista. La Marcia degli Sconfitti. L'Insurrezione dei Morti! Accidenti, è proprio forte!»
«Io credo" disse Max "che dovresti proprio lasciar perdere il porto e tornare al vino bianco e basta.»
«Tu dici, eh?»
«Sì. OK, insomma, così abbiamo tutti questi barboni che vengono avanti per Broadway, per l'ora diciamo tipo a mezzogiorno, mezzogiorno di fuoco, e allora?»
«Beh, allora li portiamo fino al più grosso e più assurdo dei grandi magazzini alla moda della città...»
«Vuoi dire, Bowarms?»
«Sì, Max. Da Bowarms c'è tutto: i vini migliori, i vestiti più belli, orologi, radio, tivù, tutto quello che vuoi, tu di' che cosa vuoi e quelli ce l'hanno...»
Proprio allora un vecchio, qualche lettino più in là, si tirò su a sedere, spalancò al massimo gli occhi, e strillò: "Dio è una negra lesbica di duecento chili!».
Poi ricascò sul suo lettino.
«Quello là ce lo portiamo?» chiese Max.
«Come no? Lui è uno dei migliori. Quale prigione vuoi che se lo prenda?»
«OK, allora, entriamo dentro Bowarms. E poi?»
«Cerca di immaginartelo visivamente. Si tratta giusto di entrare e poi di uscire. Saremo in troppi perché le guardie della sicurezza possano fermarci. Immagina: noi ci mettiamo semplicemente a prendere, e basta. Magari puoi pure dare un pizzicotto al culo di una delle commesse. Qualsiasi pezzo del sogno che non abbiamo più, te lo prendi e via, prendi qualsiasi cosa, prendi tutto quello che vuoi. E poi via, ce ne andiamo.»
«Tom, potrebbero esserci un sacco di teste rotte. Non sarà mica un picnic nel paese delle meraviglie...»
«No, ma neppure la vita che facciamo lo è! Ci stiamo lasciando seppellire vivi, per sempre, senza nemmeno una protesta...»
«Tom, caro mio, mi sa che hai fatto proprio una bella pensata. Ora, come facciamo a organizzarla, questa storia?»
«Bene, prima di tutto stabiliamo un giorno e un'ora. Poi, tu conosci una dozzina di tipi da poter schierare?»
«Direi di sì.»
«Anch'io ne conosco una dozzina.»
«E se qualcuno parla con la polizia?»
«Improbabile. E poi, che abbiamo da perdere?»
«Giusto.»

Era mezzogiorno passato. Tom e Max camminavano in testa alla banda. Venivano giù per Broadway, a Los Angeles. C'erano più di cinquanta barboni che camminavano in gruppo dietro Tom e Max. Cinquanta e più barboni che strizzavano gli occhi, barcollavano, non erano granché sicuri di che cosa stava succedendo. I normali cittadini, i passanti, erano stupefatti. Si fermavano, si spostavano di lato, e guardavano. Certi erano spaventati, certi ridevano. Altri pensavano fosse uno scherzo, o un film in lavorazione. Il trucco era perfetto: gli attori sembravano dei veri barboni. Ma le macchine da presa, dov'erano?
Tom e Max guidavano la marcia.
«Senti, Max, io ne ho chiamati solo otto. Tu a quanti l'hai detto?»
«Forse nove.»
«Io vorrei sapere, ma che cazzo è successo?»
«Devono essersi passati parola fra loro...»
Continuarono ad andare avanti. Era come un sogno assurdo e impossibile a fermarsi. All'angolo della Settima Strada, il semaforo scattò sul rosso. Tom e Max si fermarono e tutti i barboni gli si ammucchiarono dietro aspettando. Un odore fatto di calzini e biancheria non lavata, di alcolici e aliti maleodoranti, si diffuse all'intorno in un istante. Il dirigibile della Goodyear descriveva circoli senza scopo, là in alto. Lo smog si posava, grigio-bluastro, sulle strade.
Poi scattò il verde. Tom e Max fecero un passo avanti. I barboni gli andarono dietro.
«Anche se me l'ero immaginato,» disse Tom «non riesco a credere che sta succedendo davvero.»
«Eppure sta succedendo» fece Max.
I barboni erano così tanti che qualcuno stava ancora attraversando la strada quando tornò a scattare il rosso. Ma loro continuarono a passare, bloccando il traffico, alcuni con una bottiglia di vino in mano, o in bocca. Marciavano e avanzavano, ma senza una canzone di battaglia o un inno. Solo il silenzio, a parte il rumore delle suole consumate sul marciapiede. Solo ogni tanto qualcuno diceva qualcosa.
«Ehi, ma dove cazzo stiamo andando?»
«Dammi un goccio di quella roba!»
«Vaffanculo!»Il sole splendeva e bruciava.
«Dobbiamo davvero andare avanti con questa cosa?» chiese Max.
«Mi sentirei male di brutto se tornassimo indietro proprio adesso» dichiarò Tom.
Poi si trovarono davanti a Bowarms.
Tom e Max si fermarono un istante.
Poi, insieme, avanzarono e passarono attraverso le imponenti porte di vetro.
La massa di barboni li seguì, in una lunga fila di stracci. Avanzarono attraverso i saloni lussuosi. Gli inservienti li osservarono, senza realmente capire.
ll reparto maschile era al primo piano.
«Ora," disse Tom «dobbiamo dare un esempio.»
«Già» disse Max, incerto.
«Dai, Max, forza!»
«Uh, uh..."
I barboni si erano fermati e li osservavano. Tom esitò un momento, poi andò alla sbarra dov'erano appesi i cappotti e ne sfilò via il primo, un modello in cuoio giallo con il collo di pelliccia. Lasciò cadere il suo vecchio cappotto e si infilò nel nuovo. Si avvicinò uno degli impiegati del grande magazzino, un tipetto tutto lindo con dei baffetti ben curati.
«Desidera qualcosa, signore?»
«Sì, questo qui mi piace e lo prendo. Lo metta sul mio conto.»
«American Express, signore?»
«No, Espresso Cinese.»
«E io prendo questo," disse Max infilandosi in uno strano modello in pelle di alligatore con tasche laterali, e un cappuccio orlato di pelliccia contro la pioggia.
Tom prese un cappello da uno scaffale, un copricapo in stile cosacco, piuttosto ridicolo ma piacevole.
«Questo va benissimo con la mia carnagione. Lo prendo.»
E a quel punto, i barboni si misero in moto. Avanzarono, e cominciarono a mettersi cappotti e cappelli, e poi sciarpe, impermeabili, scarpe, maglioni, guanti e accessori vari.
«Contanti o carta di credito, signore?» chiese una voce spaventata.
«Metti in conto a tua sorella, stronzo!»
Oppure, a un altro bancone:
«Questo mi pare che le vada bene, signore.»
«Ho il diritto di tornare a cambiarlo?»
«Naturalmente, signore. Entro quattordici giorni.»
«Sì ma tu tra quattordici giorni magari sarai morto.»
Poi dal soffitto cominciò a suonare un allarme. Qualcuno si era reso conto che era iniziata un'invasione. I clienti che erano rimasti increduli a guardare cominciarono a disperdersi.
Giunsero di corsa tre uomini, con dei vestiti grigi mal tagliati. Erano grossi, ma con più grasso che muscoli. Si lanciarono sui barboni come per portarli via di peso. Ma ce n'erano semplicemente troppi. I tre vennero completamente sommersi. Mentre lottava, però, tra bestemmie e minacce, una delle guardie giurate tirò fuori la pistola. Si udì uno sparo, ma era stato un gesto stupido e inutile, e l'uomo venne disarmato in fretta.
All'improvviso si vide un barbone in cima alla scala mobile. Con la pistola. Era ubriaco. Non aveva mai avuto in mano una pistola prima di allora. Però la pistola gli piaceva. Prese la mira e sparò. Prese un manichino. La pallottola gli attraversò il collo. La testa finì per terra: morte di uno sciatore alla moda.
La morte dell'oggetto sembrò ridestare i barboni. Si levò un potente grido di giubilo. Presero per le scale mobili e si dispersero per tutto il magazzino. Si misero a lanciare grida insensate. Per un momento, ogni senso di frustrazione e di fallimento scomparve. Avevano occhi brillanti, e movimenti rapidi. Era una scena strana, sgradevole e assurda.
Si muovevano in fretta da un piano all'altro, da un reparto all'altro.
Tom e Max avevano smesso di guidarli, oramai venivano trascinati.
Cominciavano a venir rovesciati dei banconi, mentre degli specchi finivano in frantumi. Al banco dei cosmetici una ragazza giovane e bionda lanciò un grido, alzando in aria le braccia. Ciò attirò l'attenzione di uno dei barboni più giovani, che le tirò su il vestito e strillò: "«Uau !».
Si avvicinò un altro barbone, che afferrò la ragazza. Poi ne arrivò di corsa un altro. Ben presto una vera e propria banda la circondò, strappandole il vestito di dosso. Era davvero orribile. Eppure, ispirò degli altri barboni, che cominciarono a inseguire le commesse.
«Gesù santissimo!» Tom esclamò.
Tom riuscì a trovare un bancone intatto. Ci salì sopra e cominciò a urlare: "«No! Questo no! Basta! Io non volevo questo!».
Max era lì accanto a Tom.
«Ah, merda» disse piano.
I barboni non si fermarono. Strapparono tende. Rovesciarono tavoli. Fracassarono altri banconi di vetro. Si udirono delle grida acute. Qualcosa si ruppe fragorosamente.
Poi dardeggiò una lingua di fiamma, ma loro continuarono il saccheggio.
Tom balzò giù dal suo bancone. L'intero episodio era durato meno di cinque minuti. Guardò in faccia Max. "«Andiamo via da questo cazzo di posto!»
Un altro sogno mandato in merda, un altro cane che crepa in strada, altri incubi di spazzatura.
Tom si mise a correre e Max lo seguì. Presero la scala mobile e scesero. Tom e Max avevano ancora addosso i cappotti nuovi. Tolte le facce rosse e non rasate, sembravano quasi delle persone rispettabili. Al primo piano, si mischiarono alla folla. Alle porte c'era la polizia. Lasciavano uscire la gente ma non permettevano a nessuno di entrare.
Tom aveva fregato una manciata di sigari. Ne passò uno a Max.
«Dai, accendilo. Cerca di avere l'aria di una persona perbene.»
Tom accese un sigaro per sé.
«Ora, vediamo se riusciamo a uscire di qui.»
«Secondo te li freghiamo, Tom?»
«Boh. Cerca di avere l'aria di bancario, di un dottore...»
«E che aria hanno?»
«Stupida e soddisfatta.»
Si mossero verso l'uscita. Non ebbero alcun problema. Vennero guidati fuori insieme a qualche altra persona. Sentirono dei colpi d'arma da fuoco all'interno. Si voltarono a guardare l'edificio. Da una finestra in alto si vedevano uscire le fiamme. Poco dopo sentirono l'urlo delle sirene in arrivo.
Presero verso sud per tornare ai quartieri bassi.

Quella notte loro due erano i due barboni meglio vestiti di tutto il dormitorio. Max era persino riuscito a rubare un orologio. Le lancette brillavano nel buio. La notte era appena all'inizio. Si distesero sui lettini mentre tutt'intorno cominciavano a russare.
Era di nuovo tutto pieno, malgrado la massiccia retata del pomeriggio. Di barboni ce n'erano tanti da poter riempire ogni spazio libero.
Tom tirò fuori due sigari e ne passò uno a Max. Li accesero e fumarono per un poco in silenzio. Dopo qualche minuto parlò Tom.
«Ehi, Max...»
«Sì?»
«Non era così che doveva andare.»
«Lo so. Ma va bene lo stesso.» Quelli avevano preso a russare sempre più forte, gradualmente. Tom tirò fuori da sotto il cuscino una nuova bottiglia da un quinto di vino. L'aprì e ne prese un sorso.
«Max?»
«Sì?»
«Bevi?»
«Certo.»
Tom passò la bottiglia. Max ne prese un sorso e gliela restituì.
«Grazie.»
Tom fece scivolare la bottiglia sotto il cuscino.
Era vino bianco.

Henry Charles Bukowski - Niente Canzoni d'Amore

14 ottobre, 2006

YoGa!


Eccolo qua.. Un altro passatempo perditempo a cui ci mancava dovessi interessarmi. Solo che decisamente non ne sono capace. Ho provato a leggere i consigli di un sito ma non penso sia il metodo migliore visto che non capisco se sto facendo i movimenti giusti. Quindi ho ricercato alcuni video-corsi con personal trainer virtuale, ma mi danno l'idea dei corsi per l'età serena. Insomma.. meditazione.

Ora conosco due posizioni. Ardha Matsyendrâsana e la famosissima posizione perfetta Siddhâsana.
Risultato: ho scoperto di avere delle articolazioni di legno, ho scoperto che i miei polmoni possono contenere molta più aria di quello che immaginassi, ho scoperto che non mi ero mai preso 1 ora per meditare nella mia vita.

Ora, sicuramente tutti elaboriamo molti pensieri e meditiamo su questi quotidianamente, ma questo è un processo inevitabile, quasi involontario. Invece fare un ora di meditazione significa forzare il processo e dedicarsi interamente a questo, senza fare dell'altro nel contempo. Strana esperienza che mi sono accorto non aver mai affrontato.

Qual è la cosa più difficile al mondo? Non pensare a niente. Liberare la mente. Per capirlo basta fare 10 minuti di yoga.

Ora cerco un corso a Udine. Nel frattempo marmo. Sono come il marmo. Sono marmo.

01 ottobre, 2006



In effetti se le cose che ho scritto solo pochi mesi fa mi sembrano stupide e banali significa che in qualche modo sono cambiato. Insomma c'è da esserne fieri. Chi dice che le persone non cambiano mai è solo perchè non non vogliono cambiare. Vorrà dire che non ho avuto paura di cambiare. Significa che sono vivo. Positivo.

Sono felice. Amo la sensazione della felicità. Qualche hanno fà in questo periodo sarei stato sicuramente depresso. La depressione ti toglie tutte le forze, ti fa sentire uno straccio. Eppure c'è qualcosa di attraente nella depressione. Essere depressi può diventare quasi uno stile di vita. Nei momenti normali si è depressi, nei momenti belli si è normali. La depressione è un'arma di difesa, ti fa diventare un supereroe della negatività. Niente potrà più turbarti o rattristarti in quanto la tua posizione non ti permette di scendere più in basso, di stare pegggio. Una sorta di rassegnazione alla vita.

Eppure nella depressione ci sono dei segnali, degli spiragli di luce, quei secondi in cui la mente naviga e ci si ritrova per un attimo contenti. Mi piace pensare che sia qualcuno che ti ha voluto bene, che ti ha visto felice, che voglia rivederti sorridere. O forse sono solo strani giochi della mente.

La felicità invece è pura positività. Nei momenti normali si è felici nei momenti più belli si è radiosi. Ora alla domanda "Come va?" Non rispondo più con il classico "Bene", rispondo con "Felice". E la reazione è "Perchè?". Perchè? Ebbene si perchè sembra che per essere felici oggigiorno serva la fidanzata, la macchina nuova, un nuovo "giocattolo", o almeno un cambiamento. Altrimenti perchè saresti felice? Solo perchè le cose non vanno male?

E invece sono felice. Perchè sono vivo. Perche amo la vita. Perchè amo i miei amici. Perchè amo delle ragazze. Perchè amo i miei genitori. Perchè amo me stesso. Perchè ogni giorno è linfa. Ogni frase percepita è importante. Ogni parola è un suono. Ogni sguardo è elettricità. Ogni secondo è speciale. Ogni lacrima è pura poesia.

:)

28 settembre, 2006

Ti piaci veramente? (AKA: Do you really like yourself?)


Quando è stata l'ultima volta che ti sei posto questa domanda? Mi piaccio veramente? Che cos è di me che mi piace?

La maggior parte delle persone passa la loro vita speculando su che cosa piaccia di loro agli altri: Piaccierò a ...? Sarò attraente per ...?

Il risultato è che si passa una considerevole parte della propria vita a tentare di piacere agli altri. Cercando di non offendere gli altri. Carcando di mantenere la pace.

Pensa per un momento:
- quanto tempo passo al giorno a provare a piacere agli altri?

Passi molto più tempo a far sì che gli altri si innamorino di te piuttosto di innamorarti di te stesso. Questo non significa essere vanitosi o egocentrici, guardarsi allo spechio per ore e dire agli altri quanto tu sia stupendo. Ma ti piace stare con te stesso? Ti piace la persona nel tuo corpo? Se incontrassi te stesso in strada vorresti fermarti e parlare con te? Se tu avessi bisogno di aiuto ti fermeresti ad aiutarti o attraverseresti velocemente la strada per soccorrerti?

Sii onesto con te stesso. Ti piace la persona nel tuo corpo?

Vedrai, quando sarai innamorato di te stesso. Quando ti accetterai per quello che sei. Quando accetterai tutti i tuoi difetti come tutti i tuoi pregi. Vorrai vivere ancora con te stesso e ne avrai la possibilità.

Se sei innamorato di te stesso si vedrà dal modo in cui guardi gli altri. I tutoi occhi brilleranno, la tua faccia sarà felice e sorriderai molto. Ti sentirai rilassato. Non proverai più ad indovinare quello che la gente dice di te. Ti sentirai tranquillo e tutt'uno con te stesso.

Non devi preoccuparti di non piacere agli altri. Non devi preoccuparti di fare la cosa giusta. Alle persone piace quello che la vista gli comunica e graviteranno attorno a te poichè il linguaggio dei tui occhi sarà cambiato.

Tutto quello che devi fare è essere onesto con te stesso. Certo potrai commettere ancora degli errori. Certamente non a tutti piacerà quello che vedranno. Ma se ti concentrerai ad essere onesto con te stesso, se lavorerai con la tua "vera" persona, allora piano piano, come guadagnerai esperienza, così commetterai sempre meno errori.

C'è un piccolo segreto. Più sarai tutt'uno con te stesso, più sarai amalgamato quando sarai con gli altri.

Ma il miglior consiglio è: se sei meno ansioso, meno nervoso e più rilassato sarai molto più felice.

Si, hai afferrato. Il tuo più grande avversario sei tu. Più sarai in pace, più sarai felice. E sarà la pace e la felicità che affioreranno dal tuo viso che attrarranno gli altri a te.

Vedi, è semplice. Tutto quello che devi fare è assomigliare a te stesso.

Smettila di pensare a come non far star male quella persona o come poterla rendere felice. Concentrati solo su te stesso.

In altre parole, smettila di battere la testa contro il muro, concentrati sul tuo vero "io", fai quello che è meglio per te e le tue relazioni miglioreranno.

Buon fortuna

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